PERCHE’?
Da anni, ogni giorno mi trova sul tappetino, tra asana e respiri profondi che sfumano in mantra cantati o sussurrati, mentre il mondo esterno procede in libertà, come meglio crede.
La meditazione conclude le mie pratiche.
Non è devozione religiosa (che invece pietrifica gli esseri), ma un atto di presenza: un modo per sentirmi parte di quel respiro cosmico che lega quark a costellazioni. È in questo spazio non-spazio sospeso, dove la mente razionale cede il passo a una conoscenza più antica, che è nato “Il Canto degli Ultimi Naufraghi“. Ed è anche in questo spazio che nasce la mia musica.
Un romanzo che è il crogiolo di tutto ciò che mi definisce: l’interesse per la fisica quantistica che svela l’illusorietà della materia, la poesia come linguaggio primordiale dell’anima, la filosofia che indaga l’invisibile, e quel misticismo pratico che sperimento quando il canto di un mantra risuona nelle mie ossa più che nel mio orecchio. Non è un’opera creata a tavolino, ma una cristallizzazione di intuizioni sbocciate durante anni di meditazioni silenziose, dove le equazioni di Schrödinger danzano con i sutra taoisti.
Ho sempre percepito la scienza e lo spirito come due facce della stessa moneta cosmica. Fritjof Capra ne “Il Tao della Fisica” sostiene una meravigliosa verità: che i mistici orientali descrivevano, e i fisici delle particelle descrivono, la stessa realtà sfuggente. Loro (i mistici) con le parole, e i fisici con la matematica. Carlo Rovelli, in “Helgoland”, ha trasformato questa intuizione in un ponte percorribile: quei confini che sembrano muri invalicabili, materia e spirito, osservatore e osservato, siano in realtà “veli di Māyā”. Il mio romanzo è anche un omaggio a questi esploratori di frontiere invisibili, un tentativo di tessere la loro eredità in una trama che non distingue tra laboratorio e tempio. Perché i “Ponti di Shiva” del mio universo non sono solo portali quantistici: sono preghiere in forma di spazio-tempo, costruiti col DNA di monaci che sfidarono la morte con la pura consapevolezza. L’atto stesso di attivarli, con il “Rito dei Due Specchi“, è una metafora potente: solo quando accettiamo che le nostre ombre (i dubbi, le paure) possano diventare carburante, possiamo attraversare i vuoti dell’esistenza.
Questa visione olistica trova radici profonde nel pensiero di David Bohm. La sua teoria dell’ “ordine implicato”, quel tutto interconnesso come un ologramma dove ogni frammento contiene l’intero, ha plasmato il cuore stesso della mia storia.
Il “Vuoto Cantante” di Eridu è l’ordine implicato fatto pianeta, una matrice cosmica che genera realtà attraverso vibrazioni. Il “Libro dei Nomi Vuoti“, con i suoi nomi-potenziali che pulsano come cuori fetali, è un archivio olografico di anime non ancora manifestate.
Mi affascina l’idea che la realtà percepita sia solo una piega srotolata di una totalità nascosta, come insegnano Bohm e Karl Pribram, col suo modello cerebrale olonomico, in cui il cervello non immagazzina le informazioni in modo localizzato, ma piuttosto le codifica sotto forma di schemi d’onda interferenti, simili a un ologramma. Quindi Pribram dimostrò che i ricordi non risiedono in neuroni specifici, ma sono distribuiti nel cervello come pattern d’interferenza, proprio come la luce in un ologramma. Questo mi portò a concepire Lyra Voss, la mia protagonista risonatrice: il suo corpo, che emette fotoni solo quando mente, è la metafora fisica di come le “verità” siano spesso costruzioni temporanee, e la menzogna un atto creativo che distorce la luce ordinaria per rivelare pattern nascosti.
Arthur Eddington mi ha insegnato che l’universo è “più un grande pensiero che una grande macchina” (citazione del fisico e astronomo James Jeans avallata anche da Eddington). Nei miei mondi, la tecnologia è un’estensione della coscienza collettiva. I “Purificatori Karma” che diffondono ozono e incenso sintetico nelle Città-Baccello terrestri, o le Neurosonate composte da IA che curano l’ansia ma amputano i sogni, sono il frutto avvelenato di un’umanità che ha barattato la complessità con il controllo.
Eddington parlava di fisica come “rete di relazioni”. Ecco perché il Consorzio dei Sette Silenzi, con il loro dogma “L’evoluzione è un errore da correggere“, rappresenta l’antitesi mortale: cercano risposte definitive in un cosmo fatto di domande intrecciate, rifiutando il dialogo con il mistero.
La tecnologia, senza la sacralità del dubbio, diventa una gabbia.
Sabine Hossenfelder, con la sua lucida critica al misticismo nella scienza in “Lost in Math”, mi ha offerto un contrappeso necessario. Pur smascherando i rischi di confondere bellezza matematica con verità, ammette l’esistenza di domande che sfiorano il metafisico: “Perché esiste l’universo?”.
Il mio romanzo abbraccia questo limbo.
La minaccia non è Eridu, il pianeta che si nutre di vuoto esistenziale, ma l’incapacità umana di ascoltare “il silenzio tra le note”. I Coloni Scomparsi quindi, sono vittime?
Hossenfelder mi ha ricordato che la scienza, ai suoi confini, deve riconoscere il buio oltre la luce della ragione.
Erwin Schrödinger, col suo monismo radicale espresso (che ricorda da vicino le concezioni non-dualiste orientali, secondo cui l’Atman, il sé individuale e il Brahman, la realtà ultima, sono uno) in “Mente e Materia”, mi ha ispirato nella creazione di uno degli elementi più perturbanti del mio romanzo: i passeggeri-fantasma della SS Charybdis. Esseri generati da bug nei Ponti di Shiva, che “esistono solo quando non osservati”, sono la personificazione del principio quantistico che vede l’osservatore parte integrante del sistema.
Schrödinger sosteneva che la coscienza è universale e singola, non frammentata in individui. I passeggeri-fantasma vivono questa verità in modo distorto: la loro esistenza precaria è un grido silenzioso sull’interdipendenza di tutto. Quando nessuno li guarda, fluttuano come possibilità pure; osservati, collassano in forme effimere.
La “sincronicità” di Carl Jung e Wolfgang Pauli è il filo che cuce insieme i Canti delle colonie perdute. Quegli inni elettromagnetici registrati dalle sonde non sono echi casuali, ma messaggi sincronici dall’aldilà quantico. Pauli vedeva la fisica e la psiche come specchi, eventi legati da significato, non causalità. Così, il Canto di Veridia, un coro di bambini che ridono al contrario, o quello di Kaelis, una nota singola che dura 12 anni provocando emicranie cosmiche, non vanno decodificati con strumenti, ma “sentiti” con l’anima.
Sono richiami da un luogo dove causa ed effetto si dissolvono, e solo il significato sopravvive.
Credo fermamente che la nostra realtà sia un ologramma frattale, dove dimensioni multiple coesistono e si compenetrano. Gli “esseri extraumani” di cui scrivo non vengono da galassie lontane, ma da pieghe dimensionali adiacenti alla nostra percezione ordinaria.
Il passaggio tra queste dimensioni non è un evento straordinario, ma un processo continuo e sottile, intessuto nella trama quotidiana. Ogni volta che meditiamo, sogniamo, o anche solo ci perdiamo in un momento di profonda creatività, “attraversiamo” queste altre frequenze.
La fisica teorica esplora concetti simili con le teorie delle stringhe e dei multiversi, ma per me è più personale: è l’esperienza diretta durante la meditazione e pratica yoga, quando il corpo fisico sembra dissolversi e si percepisce una rete di energie vibranti.
Le “forme-pensiero” non sono metafore. Sono entità plasmate dalla coscienza collettiva, cristallizzazioni di emozioni e intenzioni che acquisiscono densità nel campo quantico.
La Teoria del Campo Morfico di Rupert Sheldrake, seppur controversa, offre un quadro intrigante: campi invisibili che organizzano la realtà attraverso risonanza e abitudine. Nel mio universo, gli Yddra (una civiltà alienigena estinta) hanno “creato” i Pianeti Gemelli non con macchine, ma con forme-pensiero focalizzate attraverso il cristallo. Eridu, il tredicesimo pianeta “errore”, è nato da un pensiero interrogativo sfuggito al controllo: una domanda senza risposta divenuta mondo.
Ho scelto di raccontare questa storia in frammenti (che ho chiamato file-frammento), pubblicati gradualmente come capitoli sparsi, perché la non-linearità è la lingua madre del cosmo che descrivo.
Proprio come un ologramma, dove ogni frammento contiene il tutto, ogni “frammento” del romanzo, un audio inquietante di un Canto, un file dal diario neurale straziante di un passeggero-fantasma, un mito Yddra narrato come fiaba da un’IA, deve poter risuonare da solo, generando domande invece che offrire risposte.
Voglio che il lettore si senta come Lyra Voss davanti al Libro dei Nomi Vuoti: sopraffatto da un mistero che non si risolve con la logica, ma si accoglie con il canto interiore.
La sua scelta finale è il culmine del mio credo.
Scrivere è stato un atto di meditazione in movimento. Ogni parola è stata un mantra, ogni descrizione tecnologica (i cristalli neri-verdi di Eridu che crescono a forma di domanda, la polvere onirica che induce visioni di mondi mai nati) è nata da una visualizzazione profonda durante le mie pratiche di meditazione e Yoga, e i miei “sogni” notturni.
Il mio è un invito a riconoscere l’ordinarietà del “miracolo”: quei passaggi dimensionali, quelle connessioni olografiche, non sono riservati a mistici o scienziati, ma pulsano nel battito del nostro cuore, nell’attimo in cui tra un pensiero e l’altro, scegliamo di ascoltare il canto sottile del vuoto che ci tiene in esistenza.
Perché in fondo, siamo tutti Ultimi Naufraghi in cerca di riva, e la terraferma è dentro quel silenzio tra due respiri, dove scienza e spirito si scoprono un unico, sconfinato oceano.
A me stesso, con infinita gratitudine per essermi portato fin qua.
Giovanni Biancofiore