Atria
romanzo, di prossima pubblicazione
Atria non esiste su nessuna mappa. Non troverete il suo nome in nessun atlante, in nessuna guida, in nessun elenco di città reali o immaginarie. Eppure chiunque vi entri, anche solo per una pagina, fatica poi a dimenticarla. È proprio la sua assenza da ogni cartografia ufficiale a darle una presenza che si impone con una forza quasi fisica.
È una città amministrativa, stanca, percorsa da cantieri che restano fermi per mesi e da tram notturni che vibrano nel metallo prima ancora che il loro rumore arrivi alle orecchie. Una città fatta di scarti: micro-deviazioni che nessuno corregge più, perché correggerle significherebbe ammettere che sono esistite.
Una via che curva di “undici gradi verso nord”, senza motivo apparente, finché non si scopre che nel millenovecentotrentaquattro, in quel punto esatto, c’era un muro. Un muro che oggi non esiste più, ma che la strada continua a ricordare nella propria forma. Atria è tutto ciò che resta quando le decisioni di persone che non si sono mai parlate si sovrappongono, strato dopo strato, senza che nessuno le riconcili.
In questa città, cinque vite si sfiorano senza cercarsi, e pure, pagina dopo pagina, si avvicinano l’una all’altra con la lentezza ostinata di chi non sa ancora di stare camminando verso qualcosa. Lea, Omar, Chiara, Marco, Aiko. Non sono personaggi nel senso comune del termine. Sono strumenti di percezione, ciascuno calibrato su un punto preciso del corpo e della mente, e quel punto diventa lo stile stesso della pagina che lo racconta.
Lea misura. Misura le distanze, i passi, gli arretramenti di due metri che non compaiono in nessuna mappa catastale, perché misurare è l’unico modo che ha trovato per non lasciarsi sfuggire ciò che la circonda. Le sue cifre non sono freddezza: sono l’unico linguaggio in cui riesce a dire qualcosa che la riguarda da molto vicino, e che preferisce non nominare. Allo stesso modo, Omar conta i gradini di casa, i minuti di sonno, l’angolo esatto con cui la luce entra dalla persiana in una data stagione. Marco conta i millimetri di una staffa. In queste pagine il numero non è mai ornamento: è la forma che il pensiero assume quando le parole sembrano insufficienti, o pericolose.
Nessuno, in Atria, dichiara ciò che prova. Il romanzo affida ai gesti, agli oggetti portati in tasca per giorni, alle frasi lasciate a metà, il compito di rivelare quello che i suoi personaggi non saprebbero, o non vorrebbero, formulare da soli. È una scrittura che chiede al lettore un atto di fiducia raro e prezioso: fidarsi del silenzio. Credere che dietro un trasformatore elettrico, un ombrello rotto tenuto in mano per l’intero tragitto fino alla fermata, una crepa nell’asfalto lunga esattamente quattro metri che nessuno ha ancora segnalato, possa nascondersi tutta la grammatica di un’esistenza.
Sotto le fondamenta di un cantiere fermo da quattro mesi, in un rettangolo di terra scavata largo sei metri per quattordici, una fascia grigiastra attraversa gli strati del terreno a un metro e ottanta dal fondo. Non è un problema strutturale. È qualcosa di più antico e più ambiguo: un vecchio piano di calpestio, forse, un pavimento, una struttura che nessuno ha mai mappato. Chiunque si fermi a guardarla la interpreta in modo diverso. Nessuno, fino in fondo, la spiega.
Ed è proprio questo il cuore pulsante di Atria: uno scarto costante tra quello che la mappa dice e quello che lo spazio dice. Uno scarto che rende la città impossibile da capire fino in fondo, e per questo impossibile da lasciare andare.
È un romanzo della pace, nel senso più esatto della parola: nessuna violenza ne attraversa le pagine, nessuna urgenza drammatica ne forza il passo. Non troverete inseguimenti, non troverete grida. Troverete un tram che arriva al capolinea alle sei e cinquantuno, un caffè bevuto in piedi senza zucchero, un frigorifero che invecchia con dignità, una donna che chiude un taccuino lentamente, con il pollice che trattiene ancora un istante il segno sulla pagina prima di lasciarlo andare. Eppure qualcosa accade, sempre, sotto la superficie apparentemente immobile delle cose, come quella fascia grigia nelle fondamenta, visibile a chiunque abbia la pazienza di fermarsi a guardare, e mai, davvero, del tutto spiegata.
Atria è una città che si costruisce leggendo, un passo alla volta, una cifra alla volta, un silenzio alla volta, proprio come i suoi cinque abitanti la costruiscono, ogni giorno, senza saperlo, camminandoci sopra.
Non vedo l’ora che possiate perdervi in Atria quanto mi ci sono perso io immaginandola, creandola e traducendo tutto in parole.
Presto disponibile.